Investimenti diretti esteri nel mondo: il ritardo italiano

Investimenti diretti esteri nel mondo: il ritardo italiano

Una degli indicatori più importanti per la misurazione dello “stato di salute”‘ dell’economia globale è lo stock di investimenti diretti esteri (foreign direct investment), ossia la quantità di soldi che vengono investiti da aziende multinazionali in paesi stranieri.

Oltre al commercio internazionale, dunque, gli investimenti diretti esteri ci offrono una misura di quanto globalizzato sia, in effetti, il mercato mondiale. La stessa stima può essere fatta guardando a singoli stati nazionali: maggiori gli investimenti diretti esteri in entrata, maggiore sarà il livello di attrattività e integrazione globale del paese in esame.

Nel 2017 il totale di investimenti diretti esteri nel mondo ammontava a 1.43 trilioni di dollari, una somma non lontana al PIL Italiano (1.93 trilioni). Nella classifica dei principali paesi per quantità di investimenti diretti esteri ricevuti troviamo gli Stati Uniti (275 bilioni di dollari) e la Cina (136) ai primi due posti, segue Hong Kong con 104 bilioni e il Brasilecon 62 bilioni.

Se le posizioni di USA e Cina non ci sorprendono, essendo le due principali economie mondiali, è interessante trovare Hong Kong in terza posizione e il Brasile in quarta. Due possibili interpretazioni: da un lato, Hong Kong  rappresenta la porta di entrata al mercato asiatico per molte imprese occidentali, mentre il Brasile attira investimenti esteri grazie alle risorse naturali disponibili nel suo territorio.
Guardando alla top 15 mondiale, troviamo alcuni Paesi europei che hanno adottato politiche aggressive per attrarre investenti dall’estero (Olanda e Irlanda, 6^ e 15^ posizione), ma anche paesi come Francia e Germania (7^ e 13^ posizione), che non offrono particolari incentivi fiscali a multinazionali straniere, ma che certamente fanno leva su economie domestiche di grandi dimensioni.

L’Italia non appare nella top 15 mondiale, ma questo non sembra essere il principale problema dell’analisi in questione. 
Aldilà dei ranking, ciò che preoccupa maggiormente è il volume di investimenti che il nostro Paese ha ricevuto dall’estero nel 2017. Con 17.1 bilioni di dollari investiti, l’Italia ha registrato il 50% in meno di investimenti in entrata rispetto alla Germania (34.7) e due miliardi in meno alla Spagna (19.1) e addirittura Israele (19). Il ritardo italiano nella capacità di attrarre capitali dall’estero non è certo una novità ma rimane comunque considerevole e preoccupante.

Le cause le conosciamo ampiamente e riguardano l’elevata tassazione, la lentezza della giustizia e l’eccessiva burocrazia. Il timore, tuttavia, è che l’orientamento di chiusura verso l’esterno che sta crescendo nel Paese negli ultimi mesi possa addirittura aggravare la posizione italiana nel contesto globale.

A differenza della politica, infatti, gli investimenti si muovono molto velocemente.

In UK ne sanno qualcosa: la Brexit inizia a farsi sentire e gli investimenti in entrata nel 2017 si sono fermati a 15 bilioni di dollari. Peggio dell’Italia.