Auto elettrica. L’impegno di FCA serve a tutti

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Auto elettrica. L’impegno di FCA serve a tutti

Nei giorni scorsi ha fatto discutere la minaccia di dietrofront da parte del management di FCA rispetto all’annunciato piano di sviluppo industriale per 5 miliardi di euro in Italia. I motivi del ripensamento, come sappiamo, hanno a che fare con l’annuncio del Governo di voler introdurre un’ecotassa sui veicoli maggiormente inquinanti.

Aldilà della querelle politica, ciò che colpisce è l’erronea percezione del peso dell’industria automotive italiana da parte delle istituzioni e del pubblico italiano. Nonostante agli occhi di molti osservatori FCA, e prima di essa Fiat, abbiano rappresentato e rappresentino un modello di buisiness fortemente legato a logiche assistenziali (pre Marchionne) e a scelte strategiche da multinazionale globale e forse poco patriottiche (era Marchionne), è difficile ignorare il peso specifico dell’automotive nell’industria italiana.

L’andamento dell’export italiano, per fare un esempio, è strettamente legato all’andamento del ciclo economico dell’auto.

Come a dire, se si vendono le Panda fatte a Pomigliano, allora probabilmente le esportazioni italiane avranno un andamento positivo, con buona pace di chi sostiene che le esportazioni del Made in Italy siano trainate da piccoli artigiani ultra specialisti.

Al netto dell’indotto, FCA occupa oggi in Italia circa 60.000 persone e, soprattutto, rappresenta una delle poche vere multinazionali in grado di farsi carico di ingenti investimenti in R&D.

La nuova sfida dell’auto elettrica può rappresentare un’importante base di partenza per sviluppare un nuovo ecosistema orientato alla tecnologia e alla sostenibilità.

Così come la FIAT nel secondo Dopoguerra ha alimentato in senso lato l’industria della componentistica italiana, così nel prossimo futuro FCA potrebbe essere il capofila in Italia di una nuova filiera dell’auto elettrica.

Per far ciò, sia chiaro, 5 miliardi non saranno certamente sufficienti. Farne a meno, tuttavia, lo sarà ancora meno.