Prigionieri del presente

Prigionieri del presente

FxE_Prigionieri del presentePrigionieri del presente

di Giuseppe De Rita, Antonio Galdo

Einaudi, 2018.

Perché una riflessione sul tempo e, in particolare, sul tempo presente? Forse perché la forma con cui lo viviamo è un indizio del modo in cui viviamo e di cosa perseguiamo davvero.

Il titolo di questo libro potrebbe suggerire al lettore l’idea di trovarsi di fronte ad una visione un po’ claustrofobica e pessimistica della nostra società e di ciò che l’aspetta. Il punto, invece, è esattamente questo: fin dalle prime pagine l’attesa è descritta come quella dimensione da riscattare per non restare appiattiti sulla consistenza breve dell’istante – e non perché ciò che viviamo nel presente sia privo di valore. Al contrario, proprio perché non si perda ciò che tentiamo di costruire. Serve una prospettiva, una speranza. L’attesa, infatti, è una tensione che porta a guardare lontano e come tale è azione, incentrata sulla domanda cruciale che gli autori pongono nelle prime pagine del libro, osservando il mondo del lavoro e l’agire comune: «Che cosa conta davvero?». In ciò che cerchiamo di realizzare per noi stessi e per il mondo, che cosa ci impedisce di ripiegare sulla frenetica rincorsa di risultati a breve termine? Anche quando si parla di felicità e di soddisfazione personale, De Rita e Galdo sfidano provocatoriamente il lettore: “Chi l’ha detto che dobbiamo afferrarla al volo?”. Non basta un manuale d’istruzioni come i trecento volumi pubblicati in Italia sull’argomento, solo nel 2017. Occorre forse riguadagnare un giudizio individuale e collettivo sulla direzione che desideriamo imprimere alla nostra vita, dalla dimensione familiare e personale a quella lavorativa e pubblica.

Prigionieri del presente è dunque un invito disincantato a riflettere tanto sulle cause della frammentazione del lavoro e sulla frattura tra politica e società quanto un richiamo a recuperare la profondità e la pienezza del tempo, perché “un tempo senza memoria (passato) e senza slanci (futuro) diventa liquido, poi evapora, incastrato nell’effimero dell’attimo breve”. Ma è questo il tempo che vogliamo? Guai a rassegnarsi.